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Andrea Alberti, dalle accuse al ritorno in campo

Andrea Alberti con la maglia del Brescia

Ad un certo punto della vita arriva il momento in cui il castello di sogni che uno si era costruito e nel quale si era rifugiato come nel più sicuro dei bunker, crolla come fosse di cartapesta. Ed i sogni diventano incubi. Di quelli che fanno trascorrere le notti insonni, con il cuore che batte a mille e la paura «di non sapere più che cosa fare, di non avere più una vita». I conoscenti ed i compagni di mille avventure da ragazzi si dileguano ad uno ad uno; la gente ti guarda storto; le certezze economiche che vengono meno e «senza più uno stipendio da un giorno all'altro, con i conti degli avvocati da saldare e la casa da pagare». La famiglia e un manipolo di pochi amici come unico conforto.
Ecco disegnati gli ultimi otto mesi della vita di Andrea Alberti, ex grande promessa del calcio italiano, attaccante lanciato in serie A dal maestro Carletto Mazzone a solo 17 anni. Ma che poi ha sempre puntualmente perso tutti i treni per spiccare il volo. «Al 50% per colpa mia, al 50% per colpa di altri e della sfortuna», così la carriera si sì è dipanata tra i professionisti, ma quelli di serie C.
Tutto fino alla regina di tutte le mazzate: una squalifica di 3 anni e 6 mesi nell'ambito dell'inchiesta sul calcioscommesse.
«Un inferno vero. Sono precipitato in un tunnel - racconta Alberti - dal quale sono uscito solo a gennaio, quando il Tnas mi ha prosciolto». Solo che «ormai non ero più in tempo per trovarmi squadra: gioco nella Sambonifacese perché ho ottenuto una deroga».
Sambonifacese vuol dire serie D: «Un punto di ripartenza. Non mi arrendo, sono più che mai in cerca di riscatto. Mi sembrava di non avere più voglia di calcio, ma ora mi sono accorto di avere più fame di prima. Voglio far ricredere chi mi ha scaricato. Praticamente tutti. Non che mi aspettassi granché: ma la delusione di vedere tante spalle voltate è stata comunque forte. Su chi ho potuto contare? Sui miei compagni storici del Brescia, come Viviano, Dallamano, Jadid... Loro non mi hanno mai abbandonato. Per il resto, poca roba». Un boccone amaro da ingoiare: «Insieme al fastidio di essere finito in una storiaccia, tirato in ballo da Gervasoni che non ho mai conosciuto se non per averci giocato contro qualche volta. All'inizio della faccenda ero tranquillo, e poi... Non sapevo più che fare, non sapevo immaginare la mia vita. Mi sentivo impotente. Che cosa mi dispiace? Che la macchia mi rimarrà sempre addosso».
Insieme alla rabbia... «Sì, per una carriera che non è stata quella che avrei dovuto fare. Colpa mia, per una parte. Ma anche di chi, parlo del Brescia, non ha creduto in me... In fondo avevo solo 21 anni quando sono andato via. Ci avevo messo del mio, ma anche gli infortuni capitati quando ero in rampa di lancio mi hanno frenato. Quanto ho pensato alla grande occasione che ho sprecato? Tutte le notti negli ultimi 8 mesi». Tanti rimpianti ed un castello di sogni da ricostruire.
Erica Bariselli